MIMMO PALADINO: intervista

“Oggi l’artista è sempre di più un solitario”

 - intervista di ALAIN ELKANN

Mimmo Paladino, come vive la crisi un artista?
«Un pittore come me vive come prima. Non essendoci un legame esagerato con l’economia io porto avanti il mio lavoro al servizio dell’arte. Noi italiani siamo scesi dal grande mercato internazionale».

In che senso?
«In genere i grandi artisti compreso Fontana e Kubin non erano legati al mondo dell’esagerazione, della crescita economica».

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Mimmo Paladino

Oggi si discute sul valore degli artisti. Basquiat era un grande o no? Warhol?
«Quando Picasso era in vita si discuteva se era stato o meno un grande artista o se lo era stato sempre. De Chirico alla fine era considerato un vecchio pittore. Io penso che hanno avuto un’idea straordinaria a un certo momento ma poi hanno continuato a fare un lavoro importante. Oggi le cose sono diverse perché c’è una sorta di velocità e di intensità che non permette di capire cosa sta succedendo e di guardare all’arte in modo più profondo e significativo».

Si sta muovendo qualcosa di nuovo?
«Sì. Ma bisogna capire le cose che nascono, se c’è un’intenzione ideologica come per il caso del futurismo. Probabilmente oggi l’artista sembra di più una figura isolata: le sorprese possono arrivare da dovunque».

Si torna ad artisti solitari come Bacon o Morandi?
«L’interscambiabilità di culture può livellare i linguaggi e permette l’emergere di personalità».

Il mercato è ridimensionato?
«Più lentezza nell’euforia delle vendite e nell’acquisto senz’altro».

Lei cosa si aspetta dalla Biennale?
«Non ce n’è mai stata una che non sia stata chiacchierata. E come artista, anche se non sono stato invitato, penso che passerò da Venezia. Credo sia giusto però che ritorni il padiglione Italia. Non si capisce perché gli altri Paesi ne abbiano uno e l’Italia no. Penso che un curatore debba essere capace di dialogare con una realtà che non sia il riflesso di sé stesso. Ricordo con piacere la Biennale del 1988, di Caradente, dove si andava da Kounellis a Burri e lì gli artisti potevano esprimersi al loro meglio…».

Venendo a Napoli, una città a lei cara, come vanno le cose lì?
«Napoli si è sempre espressa per quello che la città possiede. Ha sempre dimostrato capacità di risorgere. E’ come se fosse sempre pervasa da una sorta di anarchia e sa trasformare il dramma in linguaggio positivo. Pensiamo, per esempio a come Luca Giordano e Battistello Caracciolo nel ‘600 seppero trasformare il tragico in sublime all’epoca della peste. Il punto è che questa città ci sorprende e stanno succedendo moltissime cose: dal San Carlo restaurato in pochi mesi al Madre dove vi sono grandi mostre che si succedono e lo dimostra quella in corso di Alighieri Boetti, oppure al Museo Pignatelli che dà spazio finalmente a una grande mostra di Gemito, la sua città le rende omaggio».

Boetti era un suo amico?
«Sì, e alla Biennale dell’88 mi chiese di fare un lavoro a quattro mani e facemmo insieme 12 arazzi, lui assomiglia a Lucio Fontana. Aiutava i giovani artisti».

Lei recentemente ha illustrato con 40 disegni il libro “Tristi tropici” di Claude Lévi-Strauss. Come mai questa esperienza e in Germania?
«Sono le misteriose alchimie dell’arte. Quando me lo hanno chiesto non pensavo che lui fosse ancora vivo, invece ha compiuto quest’anno cento anni. Io posseggo dieci versioni di “Tristi Tropici” perché lui parlava del Sud e del mondo dei miti degli indios brasiliani e questo mi affascinava moltissimo. Come compenso ho domandato una dedica e mi fermai dopo aver dipinto 40 tavole. Alla consegna del mio lavoro mi è arrivata una copia dedicata ed era il giorno del mio compleanno (io compivo 60 anni) e pochi giorni dopo il suo. E così feci: 100 meno 60 uguale 40. L’arte a volte regala queste alchimie».

E il sipario storico del Teatro Argentina a Roma?
«E’ un’antica tradizione dei teatri affidare ai pittori l’esecuzione del sipario storico. E poi io lì agii già all’Argentina in totale libertà allestendo l’Edipo Re messo in scena da Martone».

Perché ha lasciato Milano?
«Il luogo comune vuole che l’uomo del Sud vada a lavorare al Nord. Dopo molti anni mi sono trasferito a Roma dove ci sono figli e nipoti. Ogni mattina mi godo la vista da Piazza Navona. Poi lavoro ma non con la luce artificiale, non mi stanco a dipingere e a fare contemporaneamente dieci cose. Quello che mi stanca è presenziare alle mostre e fare vita sociale in modo esagerato».

Lei sembra molto legato a Toni Servillo?
«Sì, abbiamo fatto una bellissima scenografia del Fidelio al San Carlo, e sto lavorando sulla copertura della nuova sala di prove. Siamo fortunati perché il fatto stesso di potersi inventare un’immagine e un’idea sono sorprese che forse, come diceva Picasso, sono un gioco e un continuo stupire e stupirsi. Pochi al mondo possono farlo».

E cosa pensa lei dei nostri beni culturali?
«Siamo così ben rappresentati dai beni antichi che spesso si trascura la contemporaneità. Pochi giorni fa ho visto alla televisione un’intervista a Zapatero e alle spalle aveva un Mirò e dall’altra parte un grande Tápies».

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